2019
Una cucina di 17 m² in rue Jean-Baptiste Pigalle, un’insegna discreta e una finestra sulla strada.
Niente sala. Un bancone d’acciaio davanti a un muro di cemento grezzo, e un burger da mangiare in piedi o da portare via. L’idea: rendere omaggio allo spirito originario del fast-food — popolare, diretto, che mette d’accordo tutti — e insieme proporre una rilettura esigente del burger. Il nome viene da un angolo di Brooklyn che piace ai due fondatori. Non c’è nessun elefante.

Non c’è stato nessun road trip attraverso l’America.
Due amici poco più che ventenni, una cultura della cucina costruita online, tra video e scroll infinito, e lo smashburger come rivelazione: un patty schiacciato su una piastra rovente, sottile e croccante fuori, succoso dentro. È diventata la loro idea di burger, e Dumbo il primo a servirlo in Europa.
Tornare all’essenziale, alla materia, alla precisione del gesto.
2019
Premio «Miglior Burger» al Fooding già dal primo anno.
Poi sono arrivate le cucine: collaborazioni con Septime e Folderol, cene per Virgil Abloh, Nike, Jacquemus, Beyoncé, Céline e il Festival di Cannes. Dumbo è diventato il burger preferito dagli chef — di culto, quello che si va a cercare dietro le quinte, in cerca di conforto e di misura.

Ogni indirizzo è disegnato per la sua strada, e ognuno è costruito attorno alla sua cucina.
La nostalgia del diner contro una modernità grezza: l’acciaio e i binari di faretti, il legno massello, i piani in resina gialla, il cemento nudo. I locali sono disegnati con Studio Uchronia e Rooda Studio, e arredati con pezzi iconici firmati Alvar Aalto per Artek.
Il contrasto spinto, tutto il resto tolto. Perché lo sguardo cada dove deve.
2025 · 2026
Prima Shoreditch, poi Soho su Berwick Street, poi Isola a Milano.
Oggi sette indirizzi, in tre città, con la stessa cucina al centro di ognuno.
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